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Tratto Notes · 01

Oltre i metri quadrati: perché una casa grande può sembrare piccola (e viceversa)

Valentina Craboledda

Una famiglia di 4 persone vive in 150 mq e sente che non sono sufficienti; sono sicuri di aver bisogno di una casa più grande.

Un'altra famiglia, sempre di 4 persone e con abitudini simili, vive bene in 110 mq.

Cosa rende sufficienti centodieci metri quadrati e insufficienti centocinquanta? Ovviamente fattori come l'età dei figli, le abitudini familiari, il layout interno degli ambienti, il tempo trascorso in casa, ecc. influenzano direttamente il risultato.

Per comprendere meglio la differenza tra queste due famiglie possiamo usare tre concetti della psicologia ambientale: densità/crowding, privacy e territorialità.

Densità e crowding

Nel 1972 lo studioso americano Stokols separò per la prima volta due concetti spesso ancora oggi confusi tra loro: la densità abitativa e il crowding.

La densità abitativa è un parametro oggettivo e misurabile (un numero) che si ottiene dal rapporto tra le persone che frequentano un ambiente e la superficie disponibile; il suo inverso è la quantità di metri quadrati disponibili a persona per ambiente.

Il crowding, invece, è una sensazione soggettiva che si attiva quando una persona sente di avere bisogno di più spazio di quello a disposizione, quando insomma ci si sente "stretti" in un ambiente.

Si può avere una densità bassa con un forte senso di affollamento o, viceversa, una densità alta senza soffrire di crowding.

Il crowding, quando percepito in modo continuativo, ha un costo sociale elevato che spesso si traduce in irritabilità diffusa - che è appunto causata dallo spazio stesso ed erroneamente attribuita allo stress o ad altri motivi. Anche dal punto di vista fisiologico gli effetti sono negativi e verificabili: aumento della pressione arteriosa, innalzamento del cortisolo, tensione, segnali di nervosismo e, a lungo andare, sintomi più gravi come la diminuzione del contatto visivo, il distanziamento tra le persone, riduzione delle interazioni sociali (anche con i propri cari) fino ad arrivare al vero e proprio isolamento sociale.

In famiglia, dove la condivisione dello spazio e la sovrapposizione di funzioni dentro lo stesso ambiente sono inevitabili, la sensazione di crowding si intreccia col concetto di privacy, territorialità e micro-territori.

Privacy: regolare le interazioni

Secondo lo psicologo sociale Altman, la privacy è un processo dinamico di regolazione dell'accesso a sé: è cioè la possibilità che una stessa persona ha di scegliere, momento per momento, quanto stare aperti alle interazioni con gli altri e quanto isolarsi. L'ambiente costruito di qualità è quello che riesce ad accompagnare questa variazione.

Territorialità e spazi propri

La territorialità riguarda invece l'appropriazione e la regolazione dell'uso di luoghi ai quali attribuiamo un significato; è cioè il modo in cui sentiamo uno spazio come nostro e stabiliamo come usarlo e condividerlo con gli altri (per esempio, una scrivania può essere "il nostro posto" anche se si trova in una stanza condivisa). Altman definisce la casa come "territorio primario", ossia lo spazio con cui costruiamo identità e senso di sicurezza. Dentro un territorio primario condiviso come l'ambiente domestico, ogni persona sente il bisogno di creare e riconoscere i propri sotto-territori. I sotto-territori sono presenti in ogni casa: la camera da letto per i ragazzi, il lato del letto in cui si dorme sempre, il posto a tavola di ogni membro della famiglia, il cassetto o il "nostro" lato dell'armadio condiviso, la poltrona che resta "di qualcuno" anche quando è vuota.

Privacy e territorialità sono collegate, ma non coincidono. Avere una postazione riconosciuta come propria (sotto-territorio) non garantisce di poter lavorare senza interruzioni (con privacy). Analogamente, una stanza condivisa può consentire momenti di riservatezza attraverso una combinazione di organizzazione spaziale e accordi tra gli occupanti.

Dai bisogni al progetto

Dal punto di vista del progetto, le conseguenze di questi tre concetti sono molto rilevanti. Innanzitutto va sottolineato che la distinzione tra crowding, privacy e territorialità non riduce l'importanza delle dimensioni fisiche minime: la superficie disponibile continua ad avere un ruolo fondamentale nell'architettura d'interni, ma in questo contesto diventa altrettanto importante la possibilità di usare gli spazi secondo le necessità dei clienti.

Inoltre dal punto di vista progettuale bisogna fare un'ulteriore distinzione: definire un'area e proteggere un'attività sono operazioni diverse, che possono richiedere strumenti diversi. Definire un'area significa rendere riconoscibile la sua funzione attraverso dei confini; proteggere un'attività significa invece creare le condizioni perché quella attività possa svolgersi senza interferenze. Un tappeto ed una poltrona possono identificare un angolo lettura all'interno del soggiorno, rendendo chiaro l'uso di quella zona, ma non proteggono l'attività perché non impediscono che il rumore della televisione o il passaggio delle persone disturbino chi legge. Proteggere quella stessa attività richiede altri strumenti, come per esempio aumentare la distanza dalla fonte sonora principale, posizionare la seduta fuori dalla traiettoria di passaggio o addirittura introdurre un elemento fisico che interrompa la propagazione diretta del suono, oltre ad usare materiali e texture che contribuiscono ad assorbire le onde sonore. Prima di stabilire come delimitare uno spazio, occorre pertanto capire quale esigenza debba soddisfare quella delimitazione: in alcuni casi basterà rendere riconoscibile un'area, mentre in altri sarà necessario proteggerla da sguardi, rumori o passaggi delle persone.

La scelta progettuale richiede dunque sempre una valutazione complessiva di connessione e separazione, creando una corrispondenza tra bisogni e confini. In relazione alle esigenze degli utenti, il progetto può integrare configurazioni sociopete, che favoriscono la conversazione e l'interazione, e configurazioni sociofughe, che consentono maggiore distacco dal contatto diretto. Un'attenta analisi delle attività e delle relazioni permette di graduare apertura e separazione e di individuare gli strumenti adeguati. La qualità del progetto d'interni si misura anche nella possibilità offerta alle persone di scegliere come usare lo spazio e di regolare la propria partecipazione alla vita condivisa.